Oppenheimer: La chiarezza della lente frantumata
di Maria Elena Gutierrez
- Robert Oppenheimer (Cillian Murphy) è uno dei personaggi più complessi apparsi sul grande schermo da molti anni a questa parte. È troppo facile dire che il monumentale biopic di Christopher Nolan, "Oppenheimer", lo ritragga come un genio perché, come osserva il suo rivale, il funzionario del governo statunitense Lewis Strauss (Robert Downey Jr.): "Il genio non è garanzia di saggezza. Come può quest'uomo che ha visto così tanto essere così cieco?".
Questa difficile domanda giace al cuore pulsante di "Oppenheimer". Da un lato, il film ci mostra uno scienziato brillante che non solo naviga nell'incommensurabile regno della fisica quantistica, ma impara l'olandese in sole sei settimane per tenere una lezione sulla materia. Un'impresa incredibile, della quale Oppenheimer dice semplicemente: "Volevo sfidare me stesso".
Il genio di Oppenheimer gli conferisce una comprensione straordinaria dei meccanismi dell'universo. Come osserva il suo amico, il professore di letteratura Haakon Chevalier (Jefferson Hall): "Robert, tu vedi oltre il mondo in cui viviamo". Per Oppenheimer, questo elevato regno cosmico coesiste con la sua realtà terrena. Il vero talento di Oppenheimer è la capacità di stare con un piede in ciascun mondo, a cavallo del confine tra i due.
Christopher Nolan invita il pubblico a condividere la visione soprannaturale di Oppenheimer punteggiando il film con immagini straordinarie di stelle che esplodono, atomi che ruotano e ogni sorta di fenomeno esoterico che abbaglia gli occhi sfidando ogni descrizione. Questa capacità visionaria di Oppenheimer è una benedizione o una condanna? Il verdetto resta sospeso. Oppenheimer sembra tanto perseguitato da questi fantasmi cosmici quanto ne è ispirato.
Ad accompagnare le visioni di Oppenheimer – e a sostenere magnificamente l'intero film – c'è la splendida colonna sonora di Ludwig Göransson. Oscillando elegantemente tra archi lirici e sintetizzatori discordanti, sembra prendere spunto dalle parole pronunciate dal fisico Niels Bohr (Kenneth Branagh): "L'algebra è come uno spartito. L'importante non è saper leggere la musica, è saperla ascoltare. Riesci a sentire la musica, Robert?". La risposta di Oppenheimer è, ovviamente: "Sì".
L'uso che Nolan fa della metafora visiva e sonora gli permette di esplorare gli aspetti contraddittori della personalità di Oppenheimer. Egli è chiaramente appassionato della scienza che assorbe la sua attenzione, eppure si tratta di una passione fredda. Al contrario, sua moglie Kitty (Emily Blunt) è mossa da una passione umana più ardente che la spinge a scagliare bicchieri attraverso la stanza. È lei quella che si infuria, mentre Oppenheimer siede tranquillo, senza reagire, fluttuando in un mondo in cui non è mai interamente presente.
Cillian Murphy fa emergere costantemente questo aspetto della personalità di Oppenheimer, creando un personaggio fluido, quasi androgino, che a tratti appare passivo, ma che è guidato da una spietata determinazione a riuscire. Sebbene sembri facilmente dominabile da figure autoritarie come il Presidente Truman (Gary Oldman) o il direttore del Progetto Manhattan Leslie Groves Jr. (Matt Damon), la sua ferrea convinzione prevale sempre.
L'incontro di Oppenheimer con Truman fa luce su un altro aspetto contraddittorio della sua storia. Nonostante tutto il suo genio, Oppenheimer è solo un facilitatore: il creatore di quest'arma definitiva, sì, ma in ultima analisi uno strumento dei politici che hanno deciso che tale arma è necessaria e che forniscono le risorse per costruirla. Oppenheimer stesso cerca di distanziarsi dalla responsabilità: "Non è stata quasi una mia invenzione", dice a Truman. Eppure, volente o nolente, sarà Oppenheimer a essere considerato per sempre il padre della bomba atomica.
La sceneggiatura di Christopher Nolan è basata sul libro "American Prometheus: The Triumph and Tragedy of J. Robert Oppenheimer" di Kai Bird e Martin J. Sherwin. Come Prometeo nel mito greco originale, Oppenheimer finisce per essere perseguitato – in questo caso dalla Commissione per l'energia atomica degli Stati Uniti (AEC) che, nel 1954, lo sottopose a un'udienza di quattro settimane culminata con la revoca del suo nulla osta di sicurezza, processo che da allora è stato giudicato "viziato".
Il mito di Prometeo è citato direttamente nella didascalia iniziale del film: "Prometeo rubò il fuoco agli dei e lo diede agli uomini. Per questo fu incatenato a una roccia e torturato per l'eternità". I riferimenti mitici continuano in altri modi, in particolare nel momento in cui, assistendo al test Trinity a Los Alamos, Oppenheimer pronuncia una frase dal testo sacro indù "Bhagavad Gita", inserendola in un contesto che l'ha resa probabilmente una delle citazioni più famose del XX secolo: "Ora sono diventato Morte, il distruttore di mondi".
È la seconda volta che Oppenheimer pronuncia queste parole immortali nel film. Cita il testo per la prima volta in una scena precedente con la psichiatra Jean Tatlock (Florence Pugh), subito dopo aver fatto l'amore. Lei prende il "Bhagavad Gita" dalla sua libreria e lo sfida a tradurre il testo in sanscrito – cosa che Oppenheimer fa con facilità.
Sensuale, terrena e primordiale, Tatlock appare in diretta opposizione a Kitty Oppenheimer, una donna intelligente che deve conformarsi alle aspettative sociali dell'epoca. Moglie e madre devota, è anche un'alcolizzata dal carattere irascibile. Entrambe le donne sono accattivanti in modi vividamente diversi, con forze nascoste che si celano sotto la pelle. Durante l'udienza dell'AEC, Kitty reagisce agli attacchi verbali del procuratore Roger Robb (Jason Clarke) con una grinta che pochi degli intervistati maschi riescono a eguagliare.
Al culmine di "Oppenheimer", la dimensione mitica del film è straordinariamente giustapposta a quella banale. Per tutto il film, Nolan presenta la rivalità in corso tra Oppenheimer e Strauss, che mette costantemente in dubbio le azioni e le intenzioni del primo. Nello specifico, Strauss è convinto che Oppenheimer e Albert Einstein (Tom Conti) stessero parlando male di lui durante una conversazione che Strauss ha visto da lontano, ma non ha udito. Riconoscendo questa meschina paranoia, un assistente del Senato (Alden Ehrenreich) suggerisce a Strauss: "Visto che nessuno sa cosa si siano detti quel giorno, è possibile che non abbiano parlato affatto di lei?".
Negli ultimi momenti del film, Christopher Nolan rivela che le cose sono andate proprio così. Durante la conversazione, Oppenheimer chiede ad Einstein se ricorda la loro iniziale preoccupazione che testare una bomba atomica potesse "innescare una reazione a catena che avrebbe distrutto il mondo intero". Einstein ricorda bene e chiede a Oppenheimer: "E allora?". In uno dei colpi letali del film, Oppenheimer risponde: "Credo che sia successo".
Per tutto il film, Oppenheimer associa questa temuta reazione a catena a una semplice immagine: gocce di pioggia che cadono nell'acqua creando increspature che si diffondono. Le gocce appaiono per la prima volta quasi all'inizio del film, in un montaggio che prefigura tutto ciò che accadrà, incluso lo sgancio della bomba stessa. È una metafora visiva sottile e folgorante, notevole sia per la sua chiarezza sia per il modo in cui usa la bellezza naturale per ritrarre la devastazione provocata dall'uomo.
A bilanciare il timore dell'annientamento di Oppenheimer c'è la sua convinzione che la bomba atomica rappresenti l'ultimo deterrente contro i conflitti. "Quando il mondo apprenderà il terribile segreto di Los Alamos, il nostro lavoro assicurerà una pace che l'umanità non ha mai visto", dice alla sua squadra. Sfortunatamente, c'è un inghippo: "Non la temeranno finché non la capiranno, e non la capiranno finché non l'avranno usata".
Questa affermazione di Oppenheimer è un altro colpo allo stomaco – e forse l'intuizione più chiara che Nolan offre sul cuore tormentato del suo protagonista. Oppenheimer crede che la bomba atomica possa essere una forza per il bene... ma solo se prima ne dimostri la letale efficienza.
La scena finale del film tra Oppenheimer ed Einstein è tanto elegante quanto devastante. In essa, Nolan dimostra la sua maestria nella struttura cinematografica. In particolare, rivela la sua capacità di manipolare il tempo – un'abilità apparsa evidente per la prima volta nel suo capolavoro del 2000, "Memento". L'argomento della conversazione tra Oppenheimer ed Einstein diventa il "Rosebud" del film, una verità essenziale che viene tenuta nascosta al pubblico fino alla fine. In questo modo, attraverso una prova di bravura nella sceneggiatura, nella regia e nel montaggio, Nolan contrappone le ossessioni meschine di Strauss alla passione sconvolgente di Oppenheimer, guidando sapientemente il pubblico attraverso un labirinto di fili narrativi in continua espansione.
La capacità di Nolan di proiettarci avanti e indietro nel tempo e nella memoria è più di un semplice trucco cinematografico: parla direttamente ai temi del film e gioca il suo ruolo nel rievocare l'atmosfera dell'epoca. La storia di Oppenheimer si svolge nell'era dell'avanguardia, di Pablo Picasso e de "La terra desolata" di T. S. Eliot. Questo è un mondo di frammentazione, in cui vediamo la realtà da più punti di vista simultaneamente.
Questo è il più grande miracolo di "Oppenheimer" di Christopher Nolan. Ci mostra l'infinita complessità dell'universo attraverso una lente frantumata. Così facendo, finiamo per vedere il mondo con più chiarezza di quanta ne abbiamo mai avuta prima.
La dott.ssa Maria Elena Gutierrez è CEO e direttrice esecutiva della VIEW Conference, la principale conferenza annuale italiana sui media digitali. Ha conseguito un dottorato di ricerca presso la Stanford University e una laurea presso la University of California Santa Cruz. La VIEW Conference si impegna a portare una diversità di voci in primo piano nell'animazione, negli effetti visivi e nei giochi. Per ulteriori informazioni sulla VIEW Conference, visitare il sito ufficiale: http://viewconference.it
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